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Prendersi cura

Tutto ha avuto inizio una sera.
Faticavo a prendere sonno.

Ho realizzato che, nonostante la temperatura, sentivo straordinariamente caldo: avevo la febbre. Immediatamente ho pensato di avere il Covid: molte cose mi sono passate per la mente, le persone che avevo incrociato nei giorni precedenti… Sul far del mattino chiamo il dottore del reparto in cui lavoro come infermiera e scopro che anche alcuni dei miei colleghi hanno la febbre.

Da quel momento è iniziato un tempo strano e sospeso, un tempo di attesa… Per quindici giorni ho dovuto ripetere il tampone ben tre volte prima di avere il risultato; nel frattempo, si allungava la lista dei colleghi contagiati. Ci son voluti quindici giorni per avere un responso. Leila, una collega con la quale ho fatto il tampone, è risultata positiva mentre io sembravo essere negativa… Riesco appena a gustare questa piccola gioia –comunque velata per la notizia di Leila – quando, due ore dopo, arriva un messaggio che, smentendo la notizia precedente, mi informa della mia positività: devo quindi recarmi immediatamente in ospedale… mi sembra surreale. Un’ora dopo sono con Leila, in isolamento. Il reparto consta di tre sale con quattro box ciascuna. In ogni box c’è posto per un letto, un comodino, un tavolino e una sedia… quante affinità con la cella di un ritiro… Davvero speciale! Sono un po’ scioccata di ritrovarmi lì. Questo sentimento però non dura molto… improvvisamente mi sento come rivestita di una forza che mi sorprende. Mi sento portata, avvolta e sono sicura che è grazie alle preghiere e all’amicizia di tanti. Chissà, forse essere ricoverata nell’ospedale in cui lavoro ha in se qualcosa di familiare… le piastrelle…  il cortile…

Subito dopo di noi arriva un’anziana donna, Hajja Malika: è sconvolta. L’hanno appena separata dal marito, malato anche lui. L’hanno lasciata all’ingresso del reparto dicendole di cercarsi un posto; peccato che l’unico posto libero sia in un box il cui letto è privo di materasso. Ci dirà poi di aver pianto sentendosi abbandonata… Ma Leila ed io ci accorgiamo subito che, da un’altra parte, c’è un materasso senza rete e glielo portiamo … Velocemente mi accorgo di quanto i malati siano abbandonati a sé stessi: gli infermieri e i medici, infatti, per entrare in reparto, devono rivestirsi di un abbigliamento così ingombrante e pesante che è davvero impossibile garantire del personale con quel caldo torrido, tanto più che a Fes ci son 45°C e il climatizzatore è spento per evitare di contaminare l’esterno. Il personale, quindi, entra nel nostro reparto due volte al giorno… al di là di questi momenti comunichiamo con loro via telefono. All’arrivo ci prendono in carico ed ho la gioia di vedere che il medico di guardia è la dott.ssa Ghazane, una donna che apprezzo molto e che è commossa nel ritrovarmi lì. A mezzanotte ci portano a fare una radiografia ai polmoni. Tornando in stanza il medico mi chiama chiedendomi se posso prendermi cura di una donna appena arrivata. Comprendo quanto il personale sia oberato di lavoro e quanto sia difficile per loro “vestirsi” per l’ennesima volta. Allora, con Leila, andiamo da questa donna… sta molto male, è confusa. Nella sua valigia troviamo farmaci per cardiopatici. Il medico è all’ingresso del reparto e lo informiamo dei parametri vitali, poi la mettiamo sotto ossigeno, le faccio una flebo e un prelievo, è calda per la febbre. Mi sembra strano essere al contempo malata e infermiera eppure gioisco rendendomi conto di essere stata ricoverata quasi guarita. Erano già due giorni che non avevo più alcun sintomo, se non un po’ di fatica. Dunque, visto che mi trovo lì, come rifiutarmi di aiutare? Durante la notte dormo poco e niente. La mia vicina di box , anche lei sotto ossigeno, non si sente bene, chiede dell’acqua, chiede a Dio di venire a salvarla, eppure mi sembra che il suo caso è meno preoccupante dell’altro. Ogni volta che mi sveglio vado a darle un’occhiata… Leila fa lo stesso… Le diamo da bere dell’acqua… sembra avere così tanta sete… Le metto un panno umido sulla fronte, la febbre sembra non lasciarla.

Verso le sette del mattino scatta l’allarme del monitoraggio. Vado a dare un’occhiata: la donna respira male… decido di chiamare il medico. Nel giro di un attimo la situazione si aggrava, richiamo il medico che si precipita. Sento che sta morendo. Improvvisamente ripenso a sr. Georgette, un suora francescana, infermiera. Allora ripeto ciò che lei stessa aveva fatto in una situazione analoga. Prendo la mano destra della donna, alzo il suo indice così come fanno i musulmani quando pronunciano la Shahadda, mentre io prego il Padre Nostro. E’ spirata proprio in quell’attimo, credo fosse serena. Il medico è arrivato in quell’istante. La donna ha mantenuto il suo dito ben teso mentre la sua mano riposa sul lenzuolo. La lascio. Sono emozionata, felice che non sia morta da sola… Durante i miei sei giorni di ricovero moriranno altre tre donne ma saranno prima trasportate in rianimazione.

Abbastanza rapidamente ci raggiunge Noura, un’ostetrica, contagiata anche lei. Il tempo all’ospedale trascorre velocemente perché spesso siamo sollecitate per aiutare le infermiere del reparto. Così conosco altre donne ricoverate come me, la maggior parte sono anziane e con patologie che complicano ulteriormente il loro quadro clinico: diabete, tubercolosi, ipertensione, cardiopatia. Noura, Leila ed io siamo una buona squadra. Subito ci ritroviamo nella stessa stanza di Hajja Malika. Ci sentiamo coccolate dalle nostre famiglie, dai nostri vicini e persino dai nostri colleghi. Ci arrivano le migliori prelibatezze gastronomiche di Fes (rinomata per la cucina raffinata)… delizie che giungono con abbondanza tale per cui non possiamo non condividerle con le nostre vicine.

E’ meraviglioso vedere quanto, fra i pazienti, ci si aiuta vicendevolmente. Sono colpita nel vedere una donna che, malgrado la stanchezza, riesce a lavare la sua vicina facendole addirittura il bucato. Vedo Noura che con pazienza e dedizione degne di un angelo, accudisce la donna più fragile del reparto lavandola, provvedendo ai suoi panni, imboccandola. Penso che le abbia davvero salvato la vita scoprendo che, nel fondo delle sua borsa, c’erano dei farmaci per curare la sua cardiopatia e che nessuno le somministrava da almeno tre giorni. Anch’io ho dato il mio piccolo contributo scoprendo che la bombola d’ossigeno era vuota e facendo del mio meglio perché ne arrivasse presto un’altra. Leila, nonostante il risveglio dei suoi dolori reumatici, è sempre pronta ad aiutare. Capita che i dolori le strappino le lacrime dagli occhi ma, non appena si sente meglio, è pronta a dare una mano. E’ bello constatare che ognuno si lascia interpellare da chi sta peggio e che, prendendosi cura dell’altro, la pace comincia ad abitare il cuore. La Hajja Malika si prende cura di noi, ognuna si interessa degli altri e delle loro famiglie… anche molti dei familiari, infatti, sono  malati.

Ps Nathalie è un angelo: ci porta tutto ciò che ci occorre: noi  ne approfittiamo perché la fraternità è nei pressi dell’ospedale. Ci son poi i sorveglianti Mukhsine e AbdElIlah, completamente dedicati alla situazione: lavorano senza tregua, non esitano a fare da tramite fra noi e le nostre famiglie, assumendo tutti i rischi del caso.

Alla fine questo è un tempo denso di vita, carico di un’umanità che scalda il cuore… E’ anche colmo di sofferenza, per tutte le persone disorientate, abbandonate a sé stesse, che avrebbero semplicemente bisogno di una presenza…

Avevo preso con me un’icona della Madonna nella quale Maria offre il suo piccolo Gesù. Lei accoglieva quanti entravano nella mia stanza. Accanto a me, anche Hajja pregava di tutto cuore: ho sentito quanto sia un donna ricca, piena di una fede che sgorga direttamente dall’intimo, e son sicura che la sua preghiera ci ha accompagnate. Ho sentito che la mia differenza non era un problema per nessuno. L’importante era che lo sguardo di ciascuno fosse rivolto a Dio.

Ps Lucile